Le 7 frodi capitali dell’economia neoliberista. Parte 2: le tasse

di Marco Cavedon

Fonte: Me-mmt Veneto

Qui prima parte: il debito pubblico

Nel precedente articolo abbiamo sfatato il falso mito del debito pubblico. Ricapitoliamo il concetto fondamentale: per uno stato monopolista della sua valuta, il cosiddetto “debito pubblico” non è affatto un reale debito che deve essere onorato tassando i cittadini, bensì rappresenta un mero dato contabile, la somma delle differenze annuali tra ciò che il governo spende (creando dal nulla) e ciò che incassa (con la tassazione o altri tipi di entrate).

In questo tipo di situazione risulta chiaro che il “debito” del governo (G) rappresenta l’attivo del settore non governativo (NG), se G sarà in condizione di deficit (uscite maggiori delle entrate), NG sarà necessariamente in una condizione di surplus (entrate maggiori delle uscite).

Ne consegue che, per uno stato a moneta sovrana, il debito è un dato contabile che non deve mai essere onorato, anzi, per aumentare la ricchezza finanziaria di NG, tale dato dovrà sempre aumentare. Come afferma l’economista Wynne Godley, un determinato flusso deve necessariamente partire da una parte e arrivare ad un’altra; se un attore economico sta spendendo di più di quanto guadagna, necessariamente ci dovrà essere un altro soggetto che sta guadagnando di più di quanto sta spendendo.
Anche in questo caso ci sono d’aiuto gli stessi dati del Fondo Monetario Internazionale, che testimoniano come il surplus del settore NG (privato) necessariamente corrisponde al deficit di G.

Saldi settoriali Italia.

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Pertanto, come ben visibile sopra, una riduzione del deficit pubblico porterà necessariamente ad una riduzione del surplus del settore privato.

Consideriamo ora il caso delle tasse.
Provi il lettore a chiedersi: da dove viene tutta la ricchezza finanziaria con la quale noi possiamo risparmiare, realizzare acquisti, pagare le tasse?
Dal momento in cui, come abbiamo visto nella prima parte di questa serie, il settore NG non può creare ricchezza finanziaria al netto (ma solo scambiarsela), tale ricchezza potrà derivare solamente da un primo atto di spesa da parte del monopolista della valuta, ossia, il governo a moneta sovrana.

Tasse per uno stato a moneta sovrana.

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Il Ministero del Tesoro e la Banca Centrale sono infatti le uniche entità che possono creare denaro (si ricorda che le banche possono solo creare dei crediti, non reali riserve bancarie).

G, prima di poter raccogliere la sua valuta, dovrà quindi prima spenderla creandola dal nulla, esattamente come un distributore di biglietti dello stadio dovrà consegnare al pubblico gli stessi prima di poterli raccogliere.

Nella situazione di stato a moneta sovrana le entrate da parte di G non possono matematicamente pertanto assolvere alla funzione di finanziamento della spesa pubblica. G dovrà necessariamente spendere a deficit per permettere a NG di godere di ricchezza finanziaria al netto e, pertanto, sia le entrate fiscali che quelle dei titoli rappresentano di fatto una distruzione della valuta dello stato, che andrà a diminuire quei “meno” che lo stesso ha generato all’atto della spesa, ma mai potranno essere superiori alla stessa (nessuno stato al mondo si trova in condizione di “credito pubblico”).

Si legga a tal proposito anche il paper dell’economista MMT Stephanie Bell (Kelton) riportato al seguente link:
http://memmt.info/site/wp-content/uploads/2012/12/%C3%88-possibile-che-tasse-e-titoli-finanzino-la-spesa-pubblica-Kelton.pdf

Ne deriva pertanto che per uno stato a valuta sovrana non esistono reali vincoli finanziari (se trascuriamo quelli di natura politica o ideologica) e in una situazione di crisi economica potrà agire sulla leva fiscale abbassandola al fine di consentire una sufficiente domanda aggregata (potere d’acquisto) per favorire lavoro ed occupazione (o in alternativa potrà alzare la spesa pubblica lasciando invariata la tassazione). Questa è la reale funzione del deficit dello stato.

Chiaro che in una condizione di non sovranità monetaria, quei “meno” che lo stato genera all’atto della spesa rappresentano una reale passività che esso contrae con il settore finanziario e in questo caso, rappresenteranno un reale debito che dovrà essere onorato per non incorrere nelle “punizioni” dei mercati dei capitali (alti tassi di interesse o speculazioni). L’Italia e tutti i paesi dell’Eurozona oggi si trovano in tale sciagurata condizione (ricordiamo che la Banca Centrale Europea per statuto non può finanziare i deficit dei paesi dell’Eurozona).

A questo punto sorge spontanea la domanda sul perché lo stato a moneta sovrana tassa e vende titoli, dal momento che tali operazioni non sono vincolanti riguardo la sua capacità di spesa.

1) Di nuovo torna utile l’esempio del venditore di biglietti: provi il lettore a riflettere sul reale valore che questi semplici pezzi di carta avrebbero se, per quanto riguarda ad esempio i partecipanti ad un concerto, nessuno si prendesse la cura di passare a ritirare i biglietti consentendo in tal modo l’ingresso delle persone nel locale. Di fatto questi continuerebbero a rimanere dei pezzi di carta senza alcun valore, dal momento in cui nel locale del concerto potrebbe di fatto entrare chiunque e nessuno sarebbe interessato a spendere denaro guadagnato col sudore al fine di acquistare gli stessi.
Allo stesso modo, uno stato che spenda il suo denaro ma poi non ne pretenda il riscatto (la riscossione), di fatto emette semplice carta straccia o bit elettronici (numeri sui conti correnti) di alcun valore, dal momento in cui nessuno sarebbe obbligato ad accettare la valuta dello stato per poter eseguire tutte le transazioni economiche; tutti potrebbero inventarsi anche altri metodi o altre valute e lo stato potrebbe sfaldarsi in una serie di zone franche. In prima istanza la funzione delle tasse è quindi quella di dare valore alla valuta del governo, in quanto tutti gli attori economici di quello stato, al fine di non incorrere nelle sue sanzioni, sono interessati a procurarsi la stessa.

2) In seconda istanza, si rammenta che la spesa in deficit del governo necessariamente innalza le attività finanziarie del settore non governativo e questo fatto è positivo nella misura in cui l’aumento della domanda aggregata che ne risulterà sarà coperto da un pari aumento dell’offerta di beni e servizi producibili da una determinata economia. Una volta superata la massima capacità possibile di offerta in quel sistema, ecco che l’aumento ulteriore della domanda può risultare inflattivo, cioè si tradurrà semplicemente in un innalzamento del prezzo dei beni e dei servizi che in aggregato non aumenteranno. Ecco che in tale situazione può risultare utile che il governo innalzi la tassazione e quindi abbassi il suo deficit, al fine di calmare un’economia che corre troppo, mentre, in condizioni opposte (eccesso di offerta rispetto alla domanda di beni e servizi) dovrà compiere l’operazione opposta, ossia, innalzare il deficit. A tal riguardo si cita il seguente articolo scritto da Beardsly Ruml (dirigente della Banca federale di New York durante la Seconda Guerra Mondiale):

La Guerra ha insegnato al governo (e il governo ha insegnato alle persone) che la tassazione federale ha molto a che vedere con l’inflazione e la deflazione, con i prezzi che devono essere pagati per le cose che sono acquistate e vendute. Se le tasse federali sono insufficienti o del tipo sbagliato, il potere di acquisto nelle mani delle persone verosimilmente può risultare maggiore rispetto alla produzione di beni e servizi con la quale questa domanda di acquisto può essere soddisfatta. Se la domanda diviene troppo grande, il risultato sarà un aumento dei prezzi e non ci sarà un proporzionale aumento nella quantità di beni in vendita. Questo vorrà dire che il dollaro sarà valutato meno di quello che era prima e questa è inflazione. D’altro canto se le tasse federali sono troppo pesanti o del tipo sbagliato, il potere di acquisto effettivo nelle mani del pubblico sarà insufficiente per acquistare dai produttori di beni e servizi tutte le cose che essi vorrebbero realizzare. Questo si tradurrà in disoccupazione diffusa […]. I dollari che il governo spende diventano potere di acquisto nelle mani delle persone che li hanno ricevuti. I dollari che il governo preleva con le tasse non possono essere spesi dalle persone e pertanto questi dollari non possono più essere utilizzati per acquistare i beni disponibili alla vendita. La tassazione pertanto è uno strumento di primaria importanza nell’amministrazione di ogni politica fiscale e monetaria. (Ruml 1946, 36)

E’ interessante notare che l’articolo di Ruml aveva come titolo “Le Tasse come entrate sono obsolete”, riconoscendo correttamente che la “guerra della finanza” ha insegnato che le tasse sono importanti per altri scopi, non per finanziare la spesa del governo sovrano.

3) Ci altri altre motivazioni per cui l’utilizzo della tassazione è utile, ad esempio per incentivare i comportamenti virtuosi (raccolta differenziata, comportamenti ecosostenibili) e per disincentivare quelli scorretti (fumo, inquinamento, ecc.) o per evitare la formazione di oligopoli finanziari in grado di spodestare il governo di uno stato democratico e anche qui gli esempi possono essere tra i più disparati possibili. Si pensi al ruolo della finanza e delle grandi lobbies che di fatto ci hanno portato all’interno della tragica Europa in cui oggi viviamo e dall’alto la governano.

4) La funzione dei titoli è invero assai più complessa e ha a che fare con il controllo del tasso di interesse interbancario a breve termine (tasso di interesse overnight negli USA), un importante tasso di riferimento sul quale si basano gli interessi dei crediti bancari all’economia reale, compresi i mutui.

Dal momento in cui la spesa in deficit del governo innalza il livello delle riserve bancarie e le banche sono obbligate per legge a presentare alla fine di ogni giorno un determinato saldo di riserve che devono detenere presso la banca centrale, di fatto si scatena una concorrenza al ribasso tra le banche nel prestarsi queste riserve presenti in eccesso nel sistema, mentre una loro scarsità dovuta adoperazioni di surplus da parte del governo farà si che i tassi di interesse si innalzino (sono presenti meno banche con eccessi di riserve rispetto quelle obbligatorie). Su queste riserve la Banca Centrale paga un interesse pari a zero o comunque molto basso e, per evitare che il tasso di interesse interbancario tenda a zero, il governo venderà dei titoli proprio per drenare gli eccessi di riserve presenti nel sistema (il tasso di interesse interbancario non potrà scendere al di sotto dell’interesse pagato sui titoli di stato).

Un’ottima descrizione di questo meccanismo viene fornita dall’economista Bill Mitchell in questa serie di articoli:
http://memmt.info/site/la-spesa-a-deficit-101-parte-1/ 
http://memmt.info/site/la-spesa-a-deficit-101-parte-ii/
http://memmt.info/site/spesa-a-deficit-101-parte-3/

Da notare che in questo caso il ruolo della vendita di titoli statali non è affatto incontrovertibile, dal momento in cui la Banca Centrale può benissimo decidere di innalzare il tasso di interesse overnight alzando il tasso che essa paga sulle riserve. Come giustamente riportato nel nostro “Programma di Salvezza Economica Nazionale”, i titoli di stato sono uno strumento obsoleto che nei moderni sistemi monetari non ha più alcun senso utilizzare.

Di seguito si riporta un esempio di come l’aumento del deficit pubblico in uno stato a moneta sovrana di fatto abbassa l’interesse pagato sui titoli di stato, non l’innalza come erroneamente ritiene l’economia neoclassica (di seguito l’andamento del debito pubblico nel Regno Unito, sommatoria dei deficit annui):

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