Le 7 frodi capitali dell’economia neoliberista: parte 3, l’inflazione

di Marco Cavedon

Fonte: Me-mmt Veneto.

Qui prima parte: il debito pubblico
Qui seconda parte: le tasse

Esamineremo in questo capitolo uno dei più perniciosi falsi miti che l’ideologia neoclassica oggi imperante utilizza per spaventare gli sprovveduti e giustificare cessioni di sovranità e di diritti dei popoli al fine di adottare politiche volte esclusivamente al rispetto incondizionato dei dogmi del libero mercato e della globalizzazione. Oggi parleremo dell’inflazione.

L’inflazione altro non è che una misura di aumento della media dei prezzi ponderati per mezzo di uno specifico paniere di beni e servizi (circa 1.000), espressa in percentuale e viene costantemente monitorata dai più importanti istituti di statistica sia nazionali che internazionali (ISTAT, Eurostat, ecc.).

Da notare l’utilizzo improprio di tale termine, che in latino sta a significare aumento della moneta e non dei prezzi in sé (da inflatio = aumento, onis = denaro).

Vedremo oggi il perché un aumento della ricchezza finanziaria sotto forma di potere di acquisto della popolazione non necessariamente corrisponda ad un pari aumento dei prezzi e come nella stragrande maggioranza dei casi comunque ciò non rappresenti affatto un problema, ma sia bensì il sintomo di un’economia in crescita.

Va fatta innanzitutto una distinzione fondamentale tra inflazione intesa come aumento dei prezzi annuale, che è un fenomeno naturale per qualsiasi economia monetaria moderna e iperinflazione, intesa come un aumento fuori misura dei prezzi legato ad eventi particolari e imprevisti sui quali il governo fatica ad intervenire (guerre, devastazione del contesto produttivo, difficoltà politiche ad applicare una tassazione efficiente, forte indebitamento in valuta estera o in metalli preziosi, ecc.).

Per iperinflazione si intende un aumento della media dei prezzi superiore al 50% su base mensile (storicamente verificatisi in condizioni molto particolari, come accadde con la Repubblica di Weimar negli anni’ 20 e con lo Zimbabwe nel 2008), nulla a che vedere quindi con periodi storici come quelli che hanno coinvolto l’Italia e il mondo intero nella seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso, in cui si sono avute inflazioni annuali che al massimo hanno toccato picchi di poco superiori al 20%.

I terroristi dell’euro e della globalizzazione tendono a rappresentare anche questi eventi come casistica di iperinflazione e quindi motivo di disgrazia economica e distruzione del potere di acquisto delle popolazioni. Vedremo in seguito come tali affermazioni siano del tutto prive di fondamento, avulse dalla realtà empirica dei fatti.

La formula che regola l’inflazione prende il nome di “equazione di Fisher” ed è di seguito esposta:

M x V = P x Y

M: rappresenta l’offerta di denaro disponibile in un determinato periodo temporale, che, come abbiamo precedentemente analizzato, dipende in prima istanza dall’offerta dell’azione coordinata tra Ministero del Tesoro e Banca Centrale (su questa offerta faranno poi leva i crediti del settore bancario, che comunque non rappresentano ricchezza finanziaria al netto in quanto all’espansione del credito si verifica anche un’espansione del debito che dovrà essere pagato con reali risorse finanziarie sottratte dall’economia reale).

V: rappresenta la velocità di circolazione del denaro nello stesso periodo temporale preso come riferimento, in pratica rappresenta quante volte il denaro passa di mano in mano in quel periodo.

P: rappresenta il prezzo medio dei beni e dei servizi prodotti in quel determinato periodo (ricordiamo che per il calcolo dell’inflazione solitamente si utilizza la base annuale).

Y: rappresenta la quantità di beni e servizi prodotti da un determinato paese nel medesimo periodo temporale.

L’economia neoclassica tende a considerate V e Y costanti (pertanto ad un aumento dell’offerta di moneta necessariamente segue un pari aumento dei prezzi di beni e servizi), mentre l’economia eterodossa considerano il fatto che la velocità di circolazione del denaro non può mai essere costante in quanto strettamente correlata all’offerta di moneta; una minore ricchezza finanziaria farà sì che la popolazione in generale aumenti la sua propensione al risparmio e quindi diminuisca la domanda aggregata (potere di spesa), il che necessariamente determina un calo anche di Y.

Al contrario, Y dipende esattamente come V da M e, pertanto, una maggiore ricchezza finanziaria nelle mani della popolazione può determinare un aumento della domanda aggregata, che causerà sia un aumento di V che di Y, in quanto gli ordinativi aumentano. Il reale limite di Y è dato dalla disponibilità di forza lavoro disposta ad operare per aumentare l’offerta a fronte di un incremento della domanda. In tali condizioni ci sono pertanto tutti i presupposti per cui ad un aumento di M possa benissimo verificarsi un aumento sia di V che di Y, lasciando il fattore P immutato o comunque determinandone  un incremento non direttamente proporzionale ad M e non necessariamente problematico per quanto concerne l’impatto sulla domanda aggregata; se stipendi e salari aumentano ad un tasso superiore a quello dei prezzi, il reale potere di acquisto non ne risente.

Vediamo ora qualche caso concreto. Consideriamo la situazione dell’Italia dopo il Divorzio (scellerato) tra Banca Italia e Ministero del Tesoro, avvenuto nel 1981 per opera dell’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e il suo sodale direttore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi. Le motivazioni ufficiali con cui tale accordo fu siglato avevano a che fare con il controllo dell’inflazione da realizzarsi mediante una spesa pubblica più contenuta e responsabile, che avrebbe necessariamente portato ad un miglioramento dell’economia e ad una maggiore occupazione.

Dati macroeconomici Italia.
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Come si evince dai dati di cui sopra, la precondizione ipotizzata non si realizzò affatto: l’inflazione infatti calò nonostante un aumento consistente della spesa in deficit da parte del governo dovuto al pagamento di interessi esorbitanti sui titoli di stato, causa il fatto che il nostro governo perse il controllo sul tasso di interesse del suo “debito” dopo l’ingresso nel Sistema Monetario Europeo (1979). Ciò di fatto causò un forte aumento del debito pubblico in rapporto al PIL che nel giro di poco più di 10 anni raddoppiò (e abbiamo già visto negli articoli precedenti come il debito pubblico rappresenti la ricchezza al netto del settore non governativo in uno stato a moneta sovrana).

Nonostante questa forte immissione di liquidità l’inflazione continuò a calare. E non si parla solo di spesa in deficit dello stato per arricchire il settore finanziario, ma anche per l’arricchimento dell’economia reale (spesa primaria al netto della tassazione, vedere grafico sotto).

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Ma al di là del fatto che, come sopra testimoniato, l’inflazione non aumenta affatto con l’aumento della ricchezza finanziaria dovuta alla spesa in deficit del governo, osserviamo un altro fatto (vedere grafico sotto):
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Questo grafico, tratto dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), mostra come nell’anno 1980, nonostante l’alta inflazione che in quel periodo interessava il nostro paese (21,8%, vedere grafico precedente), il risparmio netto medio delle famiglie (rapporto percentuale tra risparmio e entrate disponibili nell’arco di un anno) era al 25%. Di fatto le famiglie italiane avevano il più alto potere di acquisto tra tutti i paesi sviluppati, nonostante un’inflazione importante. Questo era dovuto al fatto che a quei tempiera in vigore un meccanismo di tutela dei salari (la cosiddetta scala mobile), che di fatto faceva sì che il tasso di aumento degli stessi fosse sempre superiore al tasso di aumento dei prezzi di beni e servizi. Tale meccanismo, descritto come causa primaria di inflazione, di fatto comunque manteneva elevata la ricchezza netta degli italiani e va notato anche come l’inflazione continuò a calare durante praticamente tutti gli anni ’80, quando il meccanismo era ancora in vigore e fu definitivamente abolito solo nel 1992.

E’ interessante notare anche come il calo di inflazione, nonostante sia dipinta dalla teoria neoclassica come il maggiore male da combattere, non portò affatto ad un miglioramento delle condizioni economiche del nostro paese, in quanto nei primi anni ’80 l’aumento percentuale di PIL subì una brusca frenata e la disoccupazione crebbe di anno in anno su base costante quasi per un intero decennio, contrariamente alle (false) speranze di Andreatta e Ciampi.

Altri dati importanti e molto ben dettagliati sono forniti da Daniele della Bona nel seguente articolo:
http://memmt.info/site/i-salari-reali-italiani-e-la-piu-iniqua-delle-imposte-linflazione-parte-2/

Un altro esempio lo possiamo vedere nel caso del Giappone, che con un debito pubblico altissimo pari al 244% del PIL (ricordiamo che il Giappone è uno stato a moneta sovrana) ha un’inflazione pari a zero (dati aggiornati 2013).

 

Esaminiamo ora un caso di bassa inflazione:
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L’Italia (ahimé non più sovrana) del 2009 ha di fatto avuto la più bassa inflazione della storia repubblicana (0,76%), a fronte però di un drastico calo annuale del PIL (-5,05%) dovuto alla forte recessione iniziata con la crisi finanziaria del 2007.

E si esamini anche il seguente dato, ancora più interessante:

Diapositiva21

 

Gli stessi dati dell’OCSE ci confermano come nel 2009, con un’inflazione risibile, il risparmio netto delle famiglie italiane si sia ridotto di ben 4 volte, passando dal 25% del 1980 al 6,5% del 2009. Di nuovo, la relazione assoluta tra inflazione e perdita del potere di acquisto è smentita dai dati empirici direttamente osservabili nel mondo reale, un contesto assai diverso da quello degli astrusi modelli teorici dell’economia ortodossa.
Da considerate che nel 2009 non esisteva (come oggi) alcun meccanismo automatico per indicizzare i salari all’inflazione e non a caso dopo il 1992 (anno dell’abrogazione della scala mobile) i salari reali (al netto dell’inflazione) sono sempre stati o stagnanti o in leggero calo (vedere grafico sotto):

Salari_reali

 

Di nuovo si ha la conferma come non sia l’inflazione in sé ad abbattere il potere di acquisto, ma le scelte di politica economica da parte del governo.

Alla luce di quanto sopra esposto si può quindi concludere che non esiste alcuna evidenza scientifica a sostegno dell’affermazione che necessariamente l’inflazione abbatta il potere di acquisto e peggiori l’andamento economico di una nazione, così come il fatto che l’aumento generalizzato dei prezzi di beni e servizi non è direttamente collegato all’incremento della ricchezza finanziaria da parte del settore non governativo (cittadini, aziende e banche).

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One Response to Le 7 frodi capitali dell’economia neoliberista: parte 3, l’inflazione

  1. Randa Romero says:

    Perfectly clear!

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