Le 7 frodi capitali dell’economia neoliberista: parte 4, la svalutazione

di Marco Cavedon

Fonte: Me-mmt Veneto.

Qui prima parte: il debito pubblico
Qui seconda parte: le tasse
Qui terza parte: l’inflazione

L’ultima volta abbiamo visto insieme come l’inflazione non rappresenti affatto quel mostro che quotidianamente ci viene descritto da combattere con ogni mezzo, anche riducendo in termini reali i diritti e il potere di acquisto dei lavoratori (che è poi un controsenso, ma gli esperti economisti neoclassici non ci arrivano, o non consentono al popolino bue di arrivarci).

Oggi sfateremo un altro mito assai pernicioso col quale l’Unione Europea tiene sotto il suo giogo le ex repubbliche democratiche e sovrane, ora schiave della dittatura del libero mercato e della globalizzazione, ossia, la svalutazione della valuta dello stato.

Da sottolineare il fatto che l’economia mainstream tende a correlare direttamente la svalutazione di una moneta rispetto un’altra con il fenomeno dell’inflazione interna e quindi della perdita del potere di acquisto da parte della popolazione. Nel precedente post abbiamo smentito in maniera categorica la relazione tra inflazione e perdita del potere di acquisto, ora qui ci occuperemo di analizzare la relazione tra svalutazione e inflazione.

Uno stato a moneta sovrana deve essere in grado di emettere la sua valuta in condizioni di monopolio e senza agganci a metalli preziosi (ad esempio l’oro) e a valute di altri stati, dal momento in cui, se si incorre nelle ultime due condizioni, lo stato emissore deve sempre assicurare la convertibilità della sua valuta ad un tasso di cambio fisso. E’ quanto è accaduto ad esempio all’Argentina nel corso di tutti gli anni ’90 del secolo scorso: durante questo periodo l’Argentina aveva agganciato il valore del Peso a quello del Dollaro ad un rapporto fisso di 1 ad 1 e in queste condizioni il governo dovrà sempre procurarsi una moneta che non può creare dal nulla (il dollaro) prima di poter spendere in pesos in quanto, se non lo fa, non può garantire la convertibilità della sua moneta in quella straniera ed è sottoposto alle speculazioni dei mercati finanziari. In queste condizioni un governo non è di fatto sovrano della sua economia, ma ancora dipende dai mercati finanziari presso i quali dovrà sempre procurarsi la valuta straniera prima di poter spendere nella sua.

Ma torniamo alla questione della svalutazione: la svalutazione (o la valutazione di una moneta rispetto un’altra) si può verificare nelle condizioni di uno stato che decida di usare una moneta sovrana nel rispetto delle tre condizioni di cui sopra, perciò in tal caso la sua valuta dovrà essere fluttuante, cioè scambiabile con altre ad un tasso di cambio deciso dalle leggi della domanda e dell’offerta. Una valuta molto richiesta rispetto all’offerta pertanto tenderà ad apprezzarsi, mentre una valuta la cui offerta sia molto maggiore rispetto alla richiesta tenderà a deprezzarsi.

Per fare degli esempi: se degli investitori in massa decidono di disfarsi di una valuta per acquistarne un’altra di fatto possono determinarne un deprezzamento, così come uno stato che decida di acquistare forti quantità di valuta estera sul mercato dei cambi (il FOREX, il luogo in chi avvengono di continuo questi scambi e si parla di cifre che possono arrivare a migliaia di miliardi di dollari al giorno: http://www.borsaitaliana.it/notizie/speciali/valute/mercato-valute/forex/forex.htm).

Un classico esempio è quello legato alla speculazione eseguita nel 1992 dal finanziere di origine ungherese George Soros, che vendette lire allo scoperto (senza possederle realmente) per acquistare una elevata quantità di dollari. A quei tempi l’Italia era all’interno dello SME (il Sistema Monetario Europeo), ossia, possedeva una valuta sovrana che però si trovava in un ristretto range di oscillazione rispetto un paniere composto da tutte le altre valute europee (la cosiddetta valuta – paniere ECU (unità di conto europea): http://it.wikipedia.org/wiki/Unit%C3%A0_di_conto_europea).

Questo è un classico esempio di speculazione a cui può andare incontro un paese che decida di agganciare la sua valuta ad un tasso di cambio fisso (o semifisso in questo caso). In quell’occasione del 1992, Banca Italia nel tentativo di difendere il cambio vendette riserve pari ad un ammontare di 48 miliardi di dollari e Soros guadagnò fortemente da questa operazione in quanto si trovò a dover acquistare (dopo la vendita allo scoperto) una valuta (la lira) svalutata. I tentativi di Banca Italia per difendere il cambio fallirono e il nostro paese fu costretto ad uscire dallo SME sperimentando una svalutazione secca del 30% (che per noi fu tutt’altro che uno svantaggio, come vedremo in seguito): http://www.huffingtonpost.it/2013/05/12/george-soros-lo-speculato_n_3262351.html

Nel nostro Programma di Salvezza Economica Nazionale, con l’uscita dell’Italia dall’Eurozona, oltre all’abolizione del settore finanziario speculativo si propone anche di lasciare tutti i depositi attuali in Euro, proprio per evitare la svendita da parte del settore finanziario della nuova valuta. Di fatto la Lira si apprezzerà perché tutti gli attori economici, per eseguire le transazioni e per poter pagare le tasse, dovranno vendere gli euro per acquisire le lire. Ecco quindi smontato il grande terrorismo eurista che vuole necessariamente una svalutazione della nuova valuta sovrana pari ad almeno il 20 – 30%. Da notare che con ogni probabilità l’abbandono dell’Euro da parte del nostro paese causerà la fine della credibilità dell’intero sistema dell’Eurozona e la valuta che potrebbe nel giro di poco tempo perdere valore potrebbe essere proprio l’Euro.

Inoltre le stime sulla svalutazione da parte degli economisti mainstream si basano su considerazioni del tutto fuorvianti e infondate, quali la correlazione tra spesa in deficit da parte di uno stato a moneta sovrana e inflazione, addirittura la relazione tra perdita di competitività e sopravvalutazione della valuta estera e la correlazione tra casi di uscita da cambi fissi e casi di adozione di una nuova valuta (si ricorda che quando una nuova valuta inizia a circolare inizialmente è una “merce” scarsa e richiesta per ogni transazione e pertanto, per le leggi di mercato, tenderà ad apprezzarsi e non il contrario).

Un classico esempio di tali ragionamenti scorretti è ben visibile in questo articolo in cui uno studio del Gruppo Bancario Nomura riporta le stime per la svalutazione della Dracma se la Grecia uscisse dall’Euro: http://www.forexinfo.it/Grecia-fuori-dall-euro-Nomura-fa 

Si ricorda che le stime più pessimistiche della svalutazione della nuova lira sono proprio del Gruppo Nomura, che prevede per il nostro paese una svalutazione di circa il 25-30% (rispetto l’Euro).
http://www.rischiocalcolato.it/2011/12/quanto-varrebbe-la-neolira-in-euro-secondo-nomura.html

Ma cosa accade esattamente quando una moneta si svaluta rispetto ad un’altra ?

Accade che i costi dei prodotti esportati di fatto scendono (per gli attori esteri è più facile acquistare la produzione italiana), mentre i costi delle importazioni salgono. Occorre però notare che la permanenza del potere di spesa all’interno di un territorio di fatto può far sì che aumentino i consumi e i profitti delle aziende nazionali, che creeranno più lavoro e più stipendi e avranno anche un notevole afflusso di valuta forte proveniente dai paesi all’esterno. E’ questo il problema di realizzare unioni monetarie tra paesi con economie diverse (diversa competitività del settore produttivo e diversi tassi di inflazione)il paese con l’economia più debole di fatto vedrà spesa la sua ricchezza finanziaria in gran parte in importazioni da paesi più forti economicamente e ciò farà sì che, internamente, ci siano forti limiti ai consumi e allo sviluppo del settore produttivo nazionale.

Ora comunque vedremo come la relazione tra svalutazione e inflazione (svalutazione interna del potere di acquisto di una valuta) sia un concetto del tutto infondato, che non trova riscontro nella realtà empirica dell’economia reale e utilizzeremo a tal proposito dei dati facilmente verificabili consultando le fonti di riferimento.

Cominciamo a vedere proprio il caso dell’Italia nel 1992, quando uscimmo dallo SME. Ebbene, come riportato sopra e nel grafico sottostante, la nostra valuta sovrana (la Lira) subì una svalutazione pari a circa il 30% (di solito per la svalutazione si considera o una moneta di riferimento particolarmente importate come l’Euro o il Dollaro o una media della svalutazione rispetto le monete più forti):

Lira

Nonostante ciò, l’inflazione non né risentì affatto, passando da un 5% del 1992 ad un 4,5% del 1993:

Inflazione

Ciò a testimoniare il fatto che nella determinazione dei prezzi interni di una nazione non interviene solo il fattore del valore della valuta, ma anche altri fattori di natura commerciale (anche gli altri paesi non hanno interesse a vedere distrutta la competitività delle proprie aziende) e legati al fatto che le materie prime, prima di diventare prodotto finito, vengono lavorate internamente alla nazione importatrice e pertanto i costi relativi a queste operazioni non risentono della svalutazione della valuta (una valuta si svaluta rispetto ad altre valute esterne, non rispetto sé stessa). La più grande raffineria del petrolio del Mediterraneo per fare un esempio si trova in Sardegna ed è la Saras Raffinerie Sarde S.p.A.

La svalutazione in genere comporta anche maggiori afflussi di capitali dall’estero e ciò è dovuto al fatto che i prezzi delle merci esportate di fatto si abbassano con questa operazione e di nuovo abbiamo conferma di questo fatto osservando la bilancia commerciale dell’Italia in quel periodo:

CAItalia

 

Come si evince dal grafico di cui sopra quando la nostra valuta si svincolò dal legame asfittico dello SME e assunse un valore più conforme a quello della nostra economia i saldi col settore estero (costituiti in maggior parte dalla differenza tra import ed export) tornarono ad essere positivi e non a caso ricominciarono a scendere dopo il 1996, in conseguenza del nefasto ritorno all’interno dello SME da parte del nostro paese (questi sono i benefici del Più Europa propagandati da chi straparla senza citare nel modo corretto i dati). 

Vediamo adesso il caso del Giappone, che nel corso di tutta la prima metà del 2013 svalutò la sua valuta (lo Yen) rispetto al Dollaro di ben 26 punti percentuali, un valore quindi del tutto analogo a quello prospettato per la svalutazione della Lira qualora in questo momento uscissimo dall’Euro:

Yen

 

Ed ecco l’andamento dell’inflazione nello stesso periodo (negativa, i prezzi si sono abbassati):

InflaJap

 

E anche il Giappone è un’economia fortemente importatrice per quanto riguarda le materie prime. Vediamo ora l’andamento del saldo delle partite correnti:

CAJap

 

In questo caso è visibile anche per il 2013 un saldo delle partite correnti nettamente positivo ed è da sottolineare comunque il fatto che anche negli anni precedenti il Giappone aveva fatto ricorso ad operazioni di svalutazione.

Come ultimo esempio prendiamo sempre come riferimento un paese “non sospetto”, ossia, non particolarmente grande come estensione territoriale e povero di materie prime, la Corea del Sud, che fece ricorso a due forti svalutazioni nel 1998 e nel 2009. Di seguito la relazione tra svalutazione e inflazione:

Won

 

A fronte di svalutazioni dello Won rispettivamente del 100% (1998) e dell’80% (2009) l’inflazione crebbe solo di pochi punti percentuali (rispettivamente del 4% e del 3%, ma i dati del FMI riportano aumenti minori e addirittura una deflazione del 2% nel 2009) e di seguito si riporta l’andamento delle partite correnti:

CACorea

 

Come anche in questo caso si evince, a fronte di forti svalutazioni, si determinano anche forti saldi in positivo delle partite correnti,che si traducono in elevati afflussi di capitale all’interno della nazione, senza bisogno di scomodare il tanto (e a torto) vituperato debito pubblico al fine di aumentare la ricchezza finanziaria di una nazione.

L’affermazione per cui i forti vincoli dell’Unione Europea aiuterebbero i paesi più deboli economicamente nella lotta alla competitività globale è pertanto priva di fondamento. Di fatto per aumentare la ricchezza finanziaria di una nazione per rilanciare gli investimenti interni e il PIL serve l’afflusso di denaro o da parte della spesa in deficit dello stato, o da parte di un saldo della bilancia dei pagamenti con l’estero positivo e l’Unione Europea ha distrutto entrambe queste possibilità. Ad onor del vero, rimarrebbe la possibilità della svalutazione dei salari reali, cosa che economie dedite al super export come quella tedesca dopo l’ingresso nell’Euro hanno realizzato in maniera preponderante e non a caso anche queste realtà oggi sono in crisi, con crescite annue del PIL vicine allo 0% o comunque in forte calo.

Nota: dove non specificato altrimenti, tutti i grafici di cui sopra sono stati realizzati con i dati del Fondo Monetario Internazionale. I dati del 2013 sono dei previsionali, in quanto il database al momento della redazione dell’articolo è aggiornato ad ottobre 2013.

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