Le 7 frodi capitali dell’economia neoliberista: parte 5, lo Stato come un buon padre di famiglia

di Marco Cavedon

Fonte: Me-mmt Veneto.

Qui prima parte: il debito pubblico
Qui seconda parte: le tasse
Qui terza parte: l’inflazione
Qui quarta parte: la svalutazione

Riassumendo i capitoli precedenti, abbiamo visto come il debito pubblico in realtà non corrisponde al debito del settore di cittadini ed aziende, bensì al suo creditole tasse non sono un strumento che ha lo scopo di finanziare la spesa pubblica, mentre inflazione e svalutazione non sono legati alla spesa pubblica e non necessariamente incidono negativamente sul potere di acquisto e sui parametri economici di una nazione.

Ora occupiamoci di una altro falso mito (strettamente legato agli altri) che quotidianamente ci viene propinato da tutti i media e i giornali, ossia, la presunta necessità dello stato di comportarsi come un buon padre di famiglia, ossia, come un qualsiasi attore economico del settore privato che prima di spendere deve guadagnare e che necessariamente deve gestire un bilancio di entrate maggiori delle uscite.

Abbiamo già visto nei capitoli 1 e 2 come in verità uno stato a moneta sovrana non necessiti affatto delle entrate per poter spendere, anzi, esso deve prima spendere per poi poter raccogliere, in quanto il settore privato non può generare ricchezza finanziaria al netto.

Nonostante ciò la spesa pubblica viene spesso definita come un reale problema, come un qualcosa che ostacola l’espansione del settore privato, in quanto deve essere finanziata con risorse reali prodotte dal nostro lavoro, concetto che nella realtà dei fatti non è applicabile alla realtà dei macrobilanci contabili di uno stato sovrano.

L’Italia per fare un esempio calzante viene descritta come una realtà di forte spesa pubblica, che ha causato un elevato debito pubblico che in quanto tale dovrà essere ripagato, causando dei danni seri all’espansione del settore privato.
Innanzitutto vediamo come le cose non stanno affatto in questi termini e a tal riguardo analizziamo il grafico sottostante, che riporta l’andamento della spesa totale delle amministrazioni pubbliche dell’Italia confrontato con la media europea:

Spesa_Italia

Vediamo come in realtà durante tutti gli anni dal 1960 fino alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, il nostro paese abbia spesa in rapporto al PIL (Prodotto Interno Lordo) meno della media europea, per poi salire ad un livello leggermente superiore a partire dagli anni ’90.

Questo tipo di spesa (spesa totale) tiene però conto sia della spesa dello stato nell’economia reale (stipendi pubblici, beni e servizi) sia della spesa per interessi sul debito pubblico, la quale, a causa dell’ingresso nello Sme e del Divorzio tra Banca Italia e Ministero del Tesoro avvenuto nel luglio del 1981, crebbe molto a partire da allora. Quest’ultima è una tipologia di spesa che finisce esclusivamente nelle tasche dei possessori di debito pubblico, che ora sono soprattutto banche italiane e anche straniere:
http://scenarieconomici.it/i-tassi-di-interesse-sul-debito-pubblico-corrodono-leconomia-italiana/

Di seguito si riporta l’andamento dei tassi di interesse sul debito pubblico italiano (vedere l’andamento del tasso di interesse nominale):

Tasso

 

Fonte: elaborazioni su dati Eurostat

Come si evince dai dati di cui sopra, il tasso di interesse nominale negli anni ’80 e ’90 arrivò a ad essere anche a due cifre, molto più elevato di quello odierno; nonostante ciò non si udivano grandi voci circa il nostro concreto rischio di fallimento e circa la necessità di ridurre il debito pubblico. Anzi, le stesse agenzie di rating che oggi ci declassano, apprezzavano a quei tempi l’Italia come una delle economia leader dell’Unione Europea, come dimostra questo articolo riportato da Repubblica Economia e Finanza:

Repubblica

Negli anni ’90 avevamo una nostra valuta fiat e uno stato a moneta sovrana si rammenta che non può mai realmente incorrere nel rischio di insolvenza su una valuta da lui stesso emessa, se non per pure motivazioni politiche o ideologiche.

Riprendendo il discorso di cui sopra, fino agli anni ’90 avevamo una spesa sul PIL che era minore della media europea; quello che era superiore rispetto ad altre economie avanzate europee era la spesa in deficit, ossia, la differenza tra ciò che lo stato spende e incassa nell’arco annuale. Di seguito si riporta l’andamento del debito pubblico (somma dei deficit annuali) dell’Italia confrontato con quello delle altre economie europee:

Debito

Fonte Banca Italia.

A fronte di tale andamento, in base ai criteri dell’economia neoclassica noi dovremmo essere stati uno stato sull’orlo del baratro, della rovina economica e invece eravamo una delle economie leader a livello mondiale ed europeo, come riportato dal seguente grafico (dati del FMI):

PIL_1990

L’Italia di fatto, nonostante l’alta spesa pubblica (che da poco aveva iniziato ad essere superiore alla media europea) e l’elevato debito pubblico (vedere grafici sopra) era la quinta potenza economica mondiale (per India, Cina e Brasile il PIL nel 1990 era inferiore ai 500 miliardi di dollari), con un PIL di poco inferiore a quello della Germania e soprattutto a quello della Francia e di poco superiore a quello del Regno Unito.
Da notare inoltre che l’elevata spesa in deficit per interessi sui titoli di stato di fatto finiva soprattutto nelle tasche delle famiglie italiane negli anni ’80 (il 57% del totale), come testimoniano i dati sotto riportati:

Debito_comp

Fonte: Elaborazione su Dati ISTAT e Banca d’Italia.

La spesa pubblica in deficit pertanto non costituiva un problema per noi, anzi, in virtù del fatto che l’Italia era uno stato sovrano (emissore della sua valuta), essa era la nostra ricchezza (vedere anche parte 2) e lo si evince anche dai dati dell’OCSE sul risparmio medio annuale delle famiglie, già illustrati nel capitolo 3 di questa serie (parte 3) e che qui richiamiamo:

Diapositiva19

Nonostante alta spesa pubblica e alto deficit l’Italia del 1990 era ancora il paese più ricco rispetto tutte le economie avanzate con un 25,5% di risparmio netto annuo, a testimonianza del fatto che, come afferma l’economista britannico Wynne Godley, un flusso finanziario necessariamente inizia da una parte ed arriva ad un’altra (in questo caso parte dalla spesa dell’Italia sovrana ed arriva nelle tasche di cittadini ed aziende).

A partire dall’inizio degli anni ’90 invece l’Italia iniziò ad attuare tutte quelle riforme strutturali che l’Europa ci impose (tramite il trattato di Maastricht) al fine di entrare nell’Eurozona e non a caso da allora iniziò una stabilizzazione della spesa pubblica (minore aumento rispetto ai decenni precedenti, vedere primo grafico in alto) e del debito pubblico (che da allora diminuì, vedere terzo grafico in alto).

Di seguito si riporta il dato della spesa primaria in avanzo che il nostro governo iniziò ad attuare a partire dal 1992: ciò significa che ogni anno lo stato spende per l’economia reale di meno di quello che drena con la tassazione (la spesa primaria non include la spesa per interessi sul debito pubblico):

Avanzo

 

In tali condizioni, l’unica possibilità per il settore non governativo di ottenere nuova ricchezza finanziaria al netto è il ricorso alle esportazioni nette e ciò con una moneta sovrana che era ancora possibile svalutare di fatto non era un problema (negli anni ‘90 la nostra bilancia commerciale era in attivo). Con l’adozione di una moneta sopravalutata come l’euro anche la nostra bilancia commerciale andò in passivo e l’unico paese europeo che trasse un vantaggio da tale situazione fu quello più forte economicamente, ossia la Germania. Sotto si riporta l’andamento delle partite correnti (bilancio import-export e trasferimento di lavoratori) del 1996 (in piena fase pre-euro) e del 2011 (in piena fase post-euro):

CA_1996

 

CA_2011

Non a caso negli anni 2000 (con diminuzione del debito pubblico, persistenza dell’avanzo primario e saldo delle partite correnti negativo) la crescita della ricchezza netta delle famiglie si arrestò a partire dalla crisi finanziaria (2007) e quello che aumentò in maniera spropositata fu l’indebitamento privato (+140% a partire dal 2000, vedere grafico sotto):

Debito_famiglie

 

Di fatto l’unico sistema per le famiglie italiane di ottenere nuova ricchezza era ricorrere ad un maggiore indebitamento col settore della finanza privata e ciò è quello che è avvenuto.
Vediamo ora anche il dato dell’andamento del risparmio delle famiglie nell’arco annuale (dati OCSE):

Risparmio

 

Il dato praticamente è peggiorato di anno in anno, rispetto quando avevamo fino all’inizio degli anni ’90 il più alto risparmio delle famiglie al mondo (con debito pubblico maggiore, disavanzo primario, maggiore inflazione e addirittura bilancia commerciale in passivo).
Vediamo ora la posizione dell’Italia odierna nella graduatoria delle maggiori economie al mondo in termini di PIL:

PIL_2012

 

L’Italia non è più al quinto posto ma all’ottavo, superata anche da paesi classificati come emergenti quali Cina e Brasile e superata anche dal Regno Unito, che ricordiamo nel 1990 era ad un livello di PIL inferiore al nostro.
La costrizione delle finanze pubbliche pertanto non rende un paese più efficiente e benestante, anzi, ne peggiora tutti i parametri economici che contano (quelli relativi alla vita reale delle persone).
E i nostri “cugini” europei (la maggioranza dei quali ha sottoscritto i parametri di Maastricht) non se la cavano certo meglio di noi:

PIL_EI

 

Variazione percentuale del PIL italiano e dell’Unione europea a prezzi costanti rispetto all’anno precedente. Dati: Eurostat e Istat.Nota: Il dato del 2013 è una previsione.

Lo stato che si comporta come il “buon padre di famiglia” pertanto non agisce in modo equo e responsabile, bensì distrugge la ricchezza finanziaria e reale della sua popolazione, obbligandola a lanciarsi nella corsa al super export (con tutti i danni che ne derivano in termini di deflazione salariale e abbattimento della domanda interna) e/o all’indebitamento privato.

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